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Piccole impressioni di un grande viaggio
Tibet Attualità - Giugno 2000

Il piccolo bus girò a destra per imboccare un ponte e la mia giovane amica - guida disse:
Questa strada ci porterebbe dritti in Tibet... pensaci per l'anno prossimo! Ci ho pensato! A dire il vero erano anni che ci pensavo! Finalmente, l'anno dopo, il piccolo bus non gira a destra e non imbocca il ponte ma prosegue sulla "giusta via" arrivando così alla frontiera con il Tibet, cioè arrivando alla frontiera nepalese perché, prima di arrivare in Tibet, bisogna ancora sbrigare alcune "formalità": scaricare i nostri sacchi dal pulmino, caricarli sul camion, passare il "ponte dell'amicizia" a piedi, salire sul camion dove abbiamo precedentemente caricato i nostri sacchi, percorrere in piedi sul camion-bestiame ca. 8 km di strada sterrata, (la terra di nessuno, con burroni da un lato e roccia dall'altro) e arrivare finalmente a passare la dogana, restare impassibili davanti alle guardie cinesi che controllano i nostri documenti, sperare che non frughino in certe tasche contenenti certe foto assolutamente proibite, oltrepassare un cancello e finalmente dire: Siamo in Tibet. Più che in Tibet mi sembra di essere in Cina e il cuore mi si stringe, come già era successo qualche ora prima quando passavo il famoso ponte dell'amicizia diviso a metà da una riga rossa É da una parte il Nepal dall'altra il Tibet! In ogni caso il nostro viaggio, via terra, Kathmandu - Lhasa è iniziato ed io sono al settimo cielo: il vecchio sogno si sta realizzando! Il tragitto, ca. 1000 Km di strada sterrata, durerà cinque giorni e cinque notti.
Le aspettative sono tante, i timori assenti. So che non sarà un itinerario dei più facili ma non mi preoccupo assolutamente per i piccoli problemi pratici ad es. il vitto, l'alloggio ecc. Mi preoccupa piuttosto il dominio cinese. E, infatti, quando si entra nelle città lo si sente nell'aria.
Apparentemente tutto è tranquillo, a volte persino troppo tranquillo!
Come in quel monastero molto conosciuto che ci sembra troppo vuoto, troppo quieto.
Chiediamo a che ora sarà la puja e il monaco-cicerone ci risponde che per un paio di giorni non ce ne saranno perché i monaci sono intenti a ridipingere gli edifici.
Noi gironzoliamo tra le costruzioni per alcune ore ma di monaci nemmeno l'ombra.
Oppure come quando chiediamo alla nostra guida tibetana di portarci in un certo monastero un pò fuori dei percorsi turistici ma che era stato accettato nel nostro programma. - La strada è troppo dissestata - ci dice. - Oh non importa. Non è la prima volta che troviamo strade dissestate! - Guardate che proprio non possiamo arrivarci.
Il povero ragazzo diventa sempre più nervoso e impacciato. Non osa guardarci in faccia.
Alcuni di noi insistono: - Noi vogliamo andarci, vogliamo seguire il nostro programma!

La nostra amica-guida ci spiega che già lo scorso anno questa visita era saltata e che la guida tibetana di allora, un giovane molto sicuro e deciso del fatto suo, sempre disponibile, tranquillo e con la situazione sotto controllo, era scoppiato a piangere come un bambino e aveva detto:
Non ci arriverete mai. A questo punto decidiamo di lasciar perdere.

In campagna e nei paesini che incontriamo lungo la strada non ho questo senso di oppressione.
Le case a uno o due piani, grigie con le strisce rosse, nere e gialle paiono uscite dalla terra come per incanto, le persone che lavorano nei campi sembrano far parte di un quadro naif e si ha l'impressione che la pace regni sovrana. Ma a un certo punto ecco un blocco militare stabile a ricordarti che la pace è qualcosa di diverso.
È quanto succede a Tingri. La nostra guida tibetana è molto nervosa, ci prega di non ridere, di stare tranquilli, di non scattare assolutamente foto.
Ci sono due edifici piccoli e uno molto più grande che assomiglia ad una prigione.
Infatti! Oltrepassato il blocco, la nostra guida si rilassa e ci conferma che in quella prigione sono detenuti i tibetani che cercano di scappare e che sono riacciuffati sulle montagne prima di raggiungere il Nepal e la libertà.

Nessuno di noi parla, non facciamo commenti, osservazioni, domande, non ci sono parole per esprimere i nostri sentimenti.
Poi il paesaggio mi prende! È di una bellezza, di una purezza e di un'essenzialità che non possono lasciarti indifferente. I colori dominanti sono l'oro della terra, l'ocra delle montagne e il blu del cielo.
Niente altro, assolutamente niente altro. Un incanto. Aveva ragione Milarepa (santo, mistico e mago tibetano vissuto nel XI secolo) quando scrisse :
"Nelle solitarie pietraie, fra le montagne, c'é uno strano mercato: puoi barattarvi il vortice della vita per una beatitudine senza confini "Vorrei potermi fermare in mezzo a queste pietraie e ascoltare il suono del silenzio ma il viaggio deve continuare.

Lungo la strada incontriamo qualche persona e non riusciamo a capire né da dove venga né dove vada!
Non ci sono case per chilometri e chilometri. Non c'é niente, assolutamente niente: solo una distesa di terra, sassi, qualche filo di erba secca e le montagne.

Intanto saliamo e scendiamo "colli" di 5'000 m al grido di "SO-SO-SO".
Su ogni valico un'infinità di bandierine e di piccoli chorten.
Da bravi turisti "fai da te", ci fermiamo ogni volta che siamo in cima al passo: c'é chi costruisce il suo chorten personale, chi invece lo condivide con il gruppo, chi issa una bandierina di preghiera.
Questi luoghi mi danno un senso di pace e di tranquillità, di aver tempo per le piccole cose.
Nello stesso tempo mi rendo conto di quanto io sia piccina piccina di fronte a questi giganti innevati, in mezzo a questo mare di pietre e sotto questo cielo immenso.

Sul passo del Lakpa-La a 5'000 m incontriamo anche la neve.
Sapremo poi che siamo stati gli ultimi fortunati a poter passare.
Con il nevischio la strada si fa pericolosa e il paesaggio desolante e anch'io sono dispiaciuta perché le condizioni atmosferiche non mi permettono la vista del "Signor Everest Sagarmatha", la montagna più alta del mondo, tante volte sognata sui banchi di scuola.

Anche sul passo del Tso-la a 4'500 il freddo è pungente e siamo circondati dalla neve.
La mia speranza è che gli Dei riescano a mandarci un raggio di sole.
Infatti non tarderà molto e il cielo e la terra torneranno a risplendere.
E gli Dei ci offriranno anche un altro regalo: un lago stupendo, color smeraldo, il sacro Yamdrok-tso.

Avevo letto sulle guide che la sua vista è uno spettacolo incantevole ma la mia pur fervida antasia non era arrivata a immaginare tanto splendore.
Questo lago sacro non ha né affluenti né defluenti: il governo cinese vorrebbe però sfruttare le sue acque costruendo una centrale elettrica.
Avevo già letto questa notizia e mi era sembrata impossibile questa decisione.
Ora che ho visto il lago tutto questo diventa ancor più incredibile e assurdo!

Durante il viaggio visitiamo piccoli monasteri che racchiudono tesori immensi, di cui nessuno più si occupa. Ma chi può ancora occuparsi di vecchi manoscritti, di pitture e di tutto quanto c'é di prezioso? Una volta nei monasteri c'erano centinaia di monaci: dal 1959 sono ridotti a poche decine.

Giorno dopo giorno, monastero dopo monastero, colle dopo colle, emozione dopo emozione, arriviamo a Lhasa.
La prima cosa che cerca il mio sguardo è il Potala.
Dopo un pò lo vedo, attraverso il filo spinato di una caserma militare.
Questa è la mia prima visione del Potala! Il giorno seguente lo visitiamo!
Noi turisti dobbiamo percorrere la strada in senso inverso ai pellegrini "indigeni", che sono tantissimi e vengono da lontano, anche da molto lontano!
Questa disparità di trattamento, all'inizio, mi infastidisce ma poi sono felicissima: mi permette veramente di "incontrare" la gente del posto.
Non possiamo parlarci ma ci guardiamo negli occhi, ci sorridiamo, ci stringiamo la mano ci scambiamo un TASHI-DELEH e mi sembra di essere un pò più vicina a queste persone che, non so perché, ho amato da sempre.

A.G. Ottobre 1999/Maggio 2000

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