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La nostra amica-guida ci spiega che già lo scorso anno questa visita era saltata e che la
guida tibetana di allora, un giovane molto sicuro e deciso del fatto suo, sempre disponibile,
tranquillo e con la situazione sotto controllo, era scoppiato a piangere come un bambino e
aveva detto:
Non ci arriverete mai. A questo punto decidiamo di lasciar perdere.
In campagna e nei paesini che incontriamo lungo la strada non ho questo senso di oppressione.
Le case a uno o due piani, grigie con le strisce rosse, nere e gialle paiono uscite
dalla terra come per incanto, le persone che lavorano nei campi sembrano far parte di un
quadro naif e si ha l'impressione che la pace regni sovrana. Ma a un certo punto ecco un
blocco militare stabile a ricordarti che la pace è qualcosa di diverso.
È quanto succede a Tingri. La nostra guida tibetana è molto nervosa, ci prega di non ridere,
di stare tranquilli, di non scattare assolutamente foto.
Ci sono due edifici piccoli e uno molto più grande che assomiglia ad una prigione.
Infatti! Oltrepassato il blocco, la nostra guida si rilassa e ci conferma che in quella
prigione sono detenuti i tibetani che cercano di scappare e che sono riacciuffati sulle
montagne prima di raggiungere il Nepal e la libertà.
Nessuno di noi parla, non facciamo commenti, osservazioni, domande, non ci sono parole
per esprimere i nostri sentimenti.
Poi il paesaggio mi prende! È di una bellezza, di una purezza e di un'essenzialità che
non possono lasciarti indifferente. I colori dominanti sono l'oro della terra, l'ocra
delle montagne e il blu del cielo.
Niente altro, assolutamente niente altro. Un incanto. Aveva ragione Milarepa
(santo, mistico e mago tibetano vissuto nel XI secolo) quando scrisse :
"Nelle solitarie pietraie, fra le montagne, c'é uno strano mercato: puoi barattarvi
il vortice della vita per una beatitudine senza confini "Vorrei potermi fermare in mezzo
a queste pietraie e ascoltare il suono del silenzio ma il viaggio deve continuare.
Lungo la strada incontriamo qualche persona e non riusciamo a capire né da dove venga né
dove vada!
Non ci sono case per chilometri e chilometri. Non c'é niente, assolutamente niente:
solo una distesa di terra, sassi, qualche filo di erba secca e le montagne.
Intanto saliamo e scendiamo "colli" di 5'000 m al grido di "SO-SO-SO".
Su ogni valico un'infinità di bandierine e di piccoli chorten.
Da bravi turisti "fai da te", ci fermiamo ogni volta che siamo in cima al passo:
c'é chi costruisce il suo chorten personale, chi invece lo condivide con il gruppo,
chi issa una bandierina di preghiera.
Questi luoghi mi danno un senso di pace e di tranquillità, di aver tempo per le piccole cose.
Nello stesso tempo mi rendo conto di quanto io sia piccina piccina di fronte a questi
giganti innevati, in mezzo a questo mare di pietre e sotto questo cielo immenso.
Sul passo del Lakpa-La a 5'000 m incontriamo anche la neve.
Sapremo poi che siamo stati gli ultimi fortunati a poter passare.
Con il nevischio la strada si fa pericolosa e il paesaggio desolante e anch'io sono
dispiaciuta perché le condizioni atmosferiche non mi permettono la vista del
"Signor Everest Sagarmatha", la montagna più alta del mondo, tante volte sognata
sui banchi di scuola.
Anche sul passo del Tso-la a 4'500 il freddo è pungente e siamo circondati dalla neve.
La mia speranza è che gli Dei riescano a mandarci un raggio di sole.
Infatti non tarderà molto e il cielo e la terra torneranno a risplendere.
E gli Dei ci offriranno anche un altro regalo: un lago stupendo, color smeraldo,
il sacro Yamdrok-tso.
Avevo letto sulle guide che la sua vista è uno spettacolo incantevole ma la mia pur
fervida antasia non era arrivata a immaginare tanto splendore.
Questo lago sacro non ha né affluenti né defluenti: il governo cinese vorrebbe però
sfruttare le sue acque costruendo una centrale elettrica.
Avevo già letto questa notizia e mi era sembrata impossibile questa decisione.
Ora che ho visto il lago tutto questo diventa ancor più incredibile e assurdo!
Durante il viaggio visitiamo piccoli monasteri che racchiudono tesori immensi, di cui nessuno più si occupa. Ma chi può ancora occuparsi di vecchi manoscritti, di pitture e di tutto quanto c'é di prezioso? Una volta nei monasteri c'erano centinaia di monaci: dal 1959 sono ridotti a poche decine.
Giorno dopo giorno, monastero dopo monastero, colle dopo colle, emozione dopo emozione,
arriviamo a Lhasa.
La prima cosa che cerca il mio sguardo è il Potala.
Dopo un pò lo vedo, attraverso il filo spinato di una caserma militare.
Questa è la mia prima visione del Potala! Il giorno seguente lo visitiamo!
Noi turisti dobbiamo percorrere la strada in senso inverso ai pellegrini "indigeni",
che sono tantissimi e vengono da lontano, anche da molto lontano!
Questa disparità di trattamento, all'inizio, mi infastidisce ma poi sono felicissima:
mi permette veramente di "incontrare" la gente del posto.
Non possiamo parlarci ma ci guardiamo negli occhi, ci sorridiamo, ci stringiamo la
mano ci scambiamo un TASHI-DELEH e mi sembra di essere un pò più vicina a queste persone
che, non so perché, ho amato da sempre.
A.G. Ottobre 1999/Maggio 2000